10-26 Settembre 2010 :: INFINITAMIGRAZIONE

Metamorfosi [me-ta-mòr-fo-ʃi] = gr. μεταμόρφωσις, composto da μετὰ oltre, al di là, e μορφή ciò che appare. Mutamento radicale, cambiamento, trasformazione.

Erroneamente tradotta con forma, la morphé in greco è ciò che si manifesta allo sguardo, ciò che semplicemente appare. In quanto tale, essa si distingue dall’essenza, pur essendone una delle possibili manifestazioni. La meta-morphosis, allora, lungi dall’essere distorsione del reale è rivelazione dell’invisibile che si attua attraverso (meta-) un cambiamento della morphé, della mera apparenza, intendendo quest’ultima come una sorta di reagente chimico che consente alla sostanza di diventare visibile.

La metamorfosi, dunque, non è il passaggio lineare da una forma a un’altra, ché altrimenti di trans-formazione si dovrebbe parlare. Al contrario, essa è manifestazione di un’identità che si può esprimere, alternativamente, in forme, sì, diverse ma mai opposte.

Nelle grandi metamorfosi letterarie (e non solo) ciò in cui i personaggi si metamorfizzano è in continuità con la loro natura: essi, insomma, diventano ciò che veramente sono. Cambiano le maschere, ma manet res, la sostanza resta immutata.

Non solo: la metamorfosi consente altresì al soggetto di acquistare un’apparenza più adeguata, più vicina, più prossima alla sua essenza. Questa dialettica di alius e idem rifulge in quella che è forse la metamorfosi più conosciuta (e sconvolgente) del canone occidentale: quella del Dio neotestamentario.

Nella Lettera ai Filippesi (Fil 2, 6-7) Paolo di Tarso scrive: «Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio (morphé theoú); ma spogliò se stesso (echénose, da chénosis, abbassamento, svuotamento, annichilimento), assumendo la condizione di servo (morphé douloú) e divenendo simile agli uomini».

Andrea Panzavolta per Ipercorpo 2010